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Archive for maggio 2007

Nubi all’orizzonte

Cosa resterà di quest’Alitalia?

Ormai è chiaro che sarà una classica privatizzazione all’italiana. Telecom docet.

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E’ fantastico scoprire come alcune delle vaccate scritte rimangano attuali anche dopo un anno. Lo scenario è cambiato, l’ambizione pare di no. E magari era tutta una strategia (o più seplicemente è andata così, senza le tanto amate regie occulte, che piacciono a chi per non accetare la realtà s’inventa complotti).

 Sarà interessante vedere come andrà a finire. Su questo concordo con K.

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Da una lettera al Corriere:

Sono pensionato, ho una figlia universitaria che ha un grave difetto: di essere troppo brava negli studi. Infatti ha commesso l’errore di vincere una borsa di studio di 3000 euro. Dove stanno il difetto e l’errore? 1) In sede di dichiarazione dei redditi, presentando il modello 730 al Caaf, è risultato che mia figlia, avendo avuto un “reddito” di 3000 euro non è più a mio carico. Quindi non ho percepito la deduzione per figlio a carico di 1825 euro(come l’anno scorso). 2) non ho potuto detrarre 478 euro pari al19% delle tasse scolastiche. 3)Non ho potuto detrarre 190 euro per spese mediche. 4) Sono andato in debito con il fisco di 228 euro che mi verranno tolte dalla pensione di agosto. 5) al prossimo dicembre lo Stato pretenderà da me un acconto di 197 euro sui miei redditi del 2008. In totale3018 euro. Morale: mia figlia ha vinto una borsa di studio di3000 euro. Lo Stato, a fronte di ciò, mi tassa per 3018 euro! In pratica la borsa di studio gliel’ho pagata io! E’ così che lo Stato concepisce l’aiuto agli studenti bravi e meritevoli?

Ogni commento è tristemente superfluo.

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Ieri ho scelto la destinazione del mio TFR, cioè degli unici soldi che vedrò quando andrò in pensione. Oggi trovo l’illuminante pensiero riguardo al TFR del lungimirante e progressista Ministro Ferrero che, purtroppo per noi, guida il Ministero della Solidarietà Sociale (un nome che già in sè fa rabbrividire):

(AGI) – Roma, 23 mag. – Meglio lasciare il Tfr in azienda che investirlo nei fondi pensione. E’ l’opinione del ministro della Solidarieta’ sociale, Paolo Ferrero, interpellato dai cronisti a margine di un convegno al Forum P.A.. “I lavoratori non si fidano dei diversi fondi – ha spiegato Ferrero – perche’ in questi anni hanno sentito di troppi fallimenti. Visto che la pensione e’ una cosa seria dove si investono risorse per anni, nessuno vuole arrivare dopo 30-40 anni, quando e’ piu’ debole, ad avere delle sorprese”. Per questo “se un lavoratore mi si avvicinasse – ha confessato il ministro – per un consiglio sul Tfr, gli direi di lasciarlo in azienda”. Ferrero ha anche ricordato l’ipotesi di “un fondo pensioni pubblico presso l’Inps in modo che tutti i lavoratori abbiano la possibilita’ di scegliere”, un punto del programma che “non e’ stato attuato. Ed e’ il motivo – ha sottolineato – per cui non ho votato il provvedimento sul Tfr”.

Ora lasciare il TFR in azienda garantisce un rendimento legato all’inflazione maggiorato di 1.5 punti percentuali. Non proprio il massimo. I fondi o possono permettere rendimeniti superiori, ma si sà che tutto ciò che è mercato non può che essere contro la solidarietà sociale e che sono l’INPS, cioè lo stato, può garantire quel celebroleso che per il ministro evidentemente è ogni lavoratore.

Caro ministro, il problema non sono in sè i fondi, se mai il fatto che ora come ora i fondi chiusi (in cui i sindacati hanno mani in pasta e voce in capitolo) sono in posizione privilegiata rispetto a quelli aperti e che in generale troppe sono le regole e i lacci che vincolano la destinazione del TFR. Certo, lo avete fatto per proteggere noi…. ma per favore….

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Parto da un post di Ale (ma leggetevi anche questo se vi interessa vedere Milano con occhi nuovi).

Indubbiamente viviamo nel mondo della comunicazione; tutta la realtà che ci circonda mentre si lascia osservare ci inonda di messaggi che in qualche modo, a seconda delle situazioni, subiamo, interiorizziamo, attualizziamo e in cui talvolta capita di riconoscersi.

Questo stesso piccolo strumento (qual’è è il blog) è la risposta ad un desiderio di comunicazione, uno spazio in cui portare il proprio punto di vista, le proprie riflessioni e spesso, più semplicemente, se stessi.

Ma tornando al nocciolo della questione: è possibile applicare una strategia di marketing ad una realtà di carità e volontariato come questa?

La risposta secondo me è sì, ma con alcune precauzioni.

Ma prima una premessa: marketing è una brutta parola, perchè da sempre associata al concetto di vendita e un’opera come l’Oftal in realtà non ha come obiettivo la vendita, essendo sostanzialmente senza scopo di lucro e non cercando il profitto, ma se per marketing possiamo intendere una strategia (anche multilivello) di comunicazione della propria mission allora cerchiamo di non fare i sofisti e guardiamo alla sostanza senza farci distrarre dalle parole.

Ora, il problema di molte realtà benefiche, come l’Oftal, è che spesso, troppo spesso, rimangono in un ambito privato, conosciute da pochi privilegiati che per qualche arcano disegno divino e in qiesto piccolo ambito rimangono rinchiuse in se stesse, quasi fossero fuori dal mondo. Questo approccio, dal mio punto di vista, non può essere che deleterio per due motivi:

  •  può portare a vivere con snobismo fuori dal mondo;
  • involontariamente porta all’autoreferenzialità, al lodarsi e imbrodarsi a vicenda.

L’esperienza di servizio, di fede e di pellegrinaggio (a Lourdes e nella vita) vissuta attraverso il carisma dell’Oftal, è stata per me e per molti amici determinante, bellissima e appassionante. Tanto bella che è venuta la voglia di approfondire le amicizie nate e il bene intuito (e minimamente capito) per rendere più gustosa la vita di ogni giorno, il gesto quotidiano, perfino le banalità.

Una gioia tanto grande, non può non essere comunicata. Da qui deve nascere lo spunto per organizzare la comunicazione: dalla bellezza percepita e dai frutti prodotti per la propria vita. Questo porta a due conseguenze:

  • la necessità di un’analisi e di un chiarimento interiore: non si può certo comunicare con altri, spesso sconosciuti, con un “tropppo belllo”;
  • la formulazione di una proposta coerente con l’esperienza vissuta e che ne rappresenti la ricchezza.

Lo strumento principe della strategia comunicativa non può quindi che essere la testimonianza, perchè raccontando la propria esperienza, nel proprio vissuto quotidiano e nella normalità feriale ho l’opportunità di mettermi alla pari con chi mi ascolta perchè il contesto feriale ci accomuna tutti.

A questo di possono associare diversi strumenti (che tali devono restare): internet, giornali e comunicazione istituzionale. Ma qualunque sia lo strumento comunicativo l’obiettivo non può che essere comunicare la grandiosità di un’esperienza e la straordinaria bellezza che questa ha portato nelle nostre vite.

Ben vengano anche gli slogan, che sono una modalità geniale di condensare un messaggio al fine di renderlo maggiormente efficace, ma cercando di evitare che il significante faccia a pezzi il significato.

In realtà ci sarebbe ancora altro da dire, ma per oggi va bene così.

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Ieri ho fatto qualcosa che da tempo non facevo. Nulla di strano o strambo: ho comprato il Corriere. Ovviamente non c’è nulla di strano per la maggior parte delle persone, ma per me è un evento eccezionale (mai come comprare Repubblica il cui ultimo numero penso di averlo acquistato nel lontano 1994). Di norma prendo “Il Foglio” e il lunedì, quando non esce, mi godo un bel libro; già, perchè il mio luogo prediletto di lettura è la metropolitana. Perchè “Il Foglio”? Per diverse ragioni, ma le fondamentali sono:

  • Ha una carta “sensoriale”, porosa il giusto, piacevole da tenere in mano;
  • E’ mediamente scritto in italiano corretto a differenza della maggior parte dei quitidiani;
  • Adoro quel grissino di Giuliano Ferrara;
  • cominciare la giornata con l’Andrea’s Version e Innamorato Fisso è l’equivalente di fare colazione con cappuccino e cornetto;
  • Ha le dimensioni giuste per leggerlo tutto tra viaggio di andata e di ritorno.

Va beh… torniamo a ieri… poso a terra la borsa, prendo il giornale con annesso allegato economico, me lo metto sottobraccio, lascio la monetina al simpatico edicolante, riprendo la borsa…. e mi accorgo che il giornale che ho sotto braccio pesa più dellla borsa!!!! Va beh…. sarà una sensazione… arrivato in banchina guardo il giornale e noto il devastante numero di pagine!

Oggi ho notato che tutti i principali quotidiani sofforno della medesima sindrome da gigantismo. Ora, mi chiedo, che senso ha fare un quotidiano che non riuscirai mai a leggere in un giorno? Va bene che la free press fa concorrenza e la quantità può giustificare il prezzo, ma non è che riempire 50 pagine di notizie di dubbia utilità invogli molto.

Forse sarebbe più proficuo (per loro) che i quotidiani puntassero sulla qualità, ma magari gli editori confidano nel vecchio motto con cui da ragazzini si additavano le compagne tarchiatelle… “è come la Fanta, non è bona, ma è tanta!”

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