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Archive for novembre 2007

Ogni giorno leggo le cronache politiche cercando di capirci qualcosa. Non che non mi sia chiaro l’italiano in cui sono scritte e, da un minimo ad un massimo, riesco anche a trovare un senso letterale alle svariate dichiarazioni che le vere star della vita pubblica italiana sporoloquiano quotidianamente. 

Sempre più spesso, purtroppo, non ne capisco però il senso, per me, per la mia vita e in un certo senso per l’Italia tutta. Ogni giorno, sempre di più mi sale un senso di disorientamente, di vertigine…. ecco: una nausea.

Non ne posso più di una gestione della vita pubblica di una nazione a livello di pettegolezzo privato, non sopporto questo governo senzo idee e senza costrutto, non sopporto più uno Stato sempre meno servo e sempre più padrone che passa le legislature ad autoalimentare se stesso senza garantire nè servizi, nè sicurezza e tanto meno libertà.

E non è solo una questione di centrosinistra… è tutto il panorama desolante dell’arco costituzionale a starmi stretto. Se la sinistra fa orrore la destra fa paura, non per nostalgie fasciste (anche se alcune dichiarazioni di Storace fanno senso) ma perchè in ultima analisi, anche quella flebile speranza di libertà che fu rappresentata da Forza Italia ha perso col passare degli anni ogni carica riformista e liberista diventando, in fin dei conti, parte del sistema. Invece di cambiare la politica, ci si è adeguata.

Negli ultimi tempi, mi sembra che anche Berlusconi abbia assunto tratti don chiscotteschi, impegnato in battaglie contro i mulini a vento della sua stessa coalizione.

 E intanto il tempo passa… ed io sono stanco di votare il meno peggio, sono stanco di non riuscire a veder nessuna luce in fondo al tunnel, sono stanco di accontantarmi  di votare il meno peggio. Sono stufo di uno Stato e di una politica sempre pronti a giustificarsi, con il ditino alzato. Sono nauseato da tutti i “si, però…”, dal continuo dare la colpa ad altro. Sono schifate da tutte le belle idee che idee rimangono e rimarrano per i secoli futuri.

Ecco… mi è tornata la nausea.

Update: per un analisi un filo più ragionata della giornata di ieri andate da K. Lui è uno che ancora ce la fa a rosicare e, poi, ha il pregio di parlare come mangia ed essendo “de Roma” è uno che mangia bene 🙂

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Bellissima lettera oggi su Il Foglio, dove un laico, riesce a dare ad un Vescovo lezioni di logica, di fede e di ragione. Perchè se il matrimonio deve essere solo una cerimonia allora una chiesa vale quanto un comune ed un testimone in fondo vale l’altro, ma il matrimonio secondo Santa Romana Chiesa è ben altro.

Al direttore – Dunque, in quel di Puglia a un vescovo gli è andato in luxuria il cervello e a Luxuria gli è andato in pappa clericale. Ma la contraddizione maggiore è di Luxuria che si appresta a fare da testimone a un patto sacramentale che impegna gli sposi alla fedeltà fino a che morte non sopraggiunga, ad accogliere (non selezionare) i figli che Dio vorrà mandare, al mutuo sostegno di una vita, a fare di quell’unione un segno efficace dell’amore di Dio agli uomini. Tutte cose in cui Luxuria non crede. E se non ci crede perché presta se stessa come testimone per un gesto che deve apparirle come una pagliacciata, o un concentrato di arcaismi superstiziosi? Anzi, come un retaggio da superare sul cammino verso quel mondo giusto e naturale cui aspira? La tristezza maggiore è invece per quella parte di chiesa che non sa nemmeno sostenere le proprie ragioni e non balbetta nulla sulla solita tiritera del diritto negato agli omo, trans o no che siano. Nessuno che sappia dire il senso drammatico e bello di due esseri che si impegnano davanti a un Dio che li benedice e a una comunità che li sostiene, perché il loro amore sia la via privilegiata al loro stesso compimento e al servizio alla comunità umana cui appartengono? Si chieda dunque a Luxuria di rispettare la sacralità di quel gesto, e non trattarlo come irrealtà, pagliacciata o commedia degli inganni dove, qualsiasi cosa si dica e si faccia, tanto nulla conta perché nulla è reale, se non il sentimento della sua predilezione per la cuginetta. Il problema è che ormai anche per tanti cattolici, e, peggio, per tanti preti è così. Commedia degli inganni, gesto a cui non si crede intanto che lo si compie.

Emiliano Ronzoni, Milano

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Non adoro Beppe Severgnini anche se spesso mi fa sorridere, ma oggi leggendo sul Corriere un suo pezzo sull’Australia non ho potuto che apprezzarlo e riconoscermi in diverse delle venti cose che ha apprezzato nella terra dei canguri (e non solo).

In particolare come non esser d’accordo con le seguenti:

1 La luce cinematografica di Perth. Sembrano giornate di montagna, ma c’è il mare.
2 Il porto di Sydney dalla camera d’albergo. Come una cartolina, ma i motoscafi si muovono (pieni di giapponesi entusiasti). […]
8 Adelaide (South Australia). Ha l’aria di dire “Io sto qui a prendere il sole, voi fate un po’ quello che volete”. […]
11 Thongs, le infradito. L’idea australiana di abbigliamento formale.
12 La costa occidentale: come la Gallura, ma è venticinque volte più lunga. 300 km sopra Perth, i Pinnacles. 182.074 monoliti piantati nella sabbia color polenta. Chissà chi li ha contati tutti.
13 Il verde severo degli eucalipti (karri). Sta bene con il rosso della terra e l’azzurro del cielo.
14 Aussie, Oz, Downunder, Wallabies: gli australiani amano soprannominare il proprio mondo, e hanno espressioni tutte loro. Al posto di “prego”, “non c’è di che”, “non preoccuparti” sempre “No worries”. Più che un modo di dire, è una filosofia. […]
17 I quadri-mappa degli aborigeni. Di questo posto hanno capito tutto, ma non è servito a niente. […]
20 Il fatalismo. “Se ci sono gli squali, si vedono le pinne. Se non si vedono le pinne, si può fare il bagno” (L.B. a Cottesloe Beach, vicino Perth). Fortunati, gli australiani. Gli squali italiani hanno due gambe, sorridono e non vengono mai a galla. Così ce ne accorgiamo tardi, e ci fregano sempre.

Sarà che ero in viaggio di nozze, sarà che mi appassiono a quasi tutto quello che vedo, che incontro o, forse, che quando viaggio mi piace vedere tutto con gli occhi di un bambino, ma quel continente (perchè chiamarla nazione è davvero riduttivo) rimarrà sempre uno dei miei posti del cuore.

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