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Archive for gennaio 2006

Stato e Carità

L’enciclica di Benedetto XVI è bellissima, a mio parere, l’ho letta tutta d’un fiato e su molti tratti devo ancora meditare. Nella seconda parte tocca anche i rapporti Chiesa Stato. Tra le tante cose scritte vi riporto questo brano.

L’amore — caritas — sarà sempre necessario, anche nella società più giusta. Non c’è nessun ordinamento statale giusto che possa rendere superfluo il servizio dell’amore. Chi vuole sbarazzarsi dell’amore si dispone a sbarazzarsi dell’uomo in quanto uomo. Ci sarà sempre sofferenza che necessita di consolazione e di aiuto. Sempre ci sarà solitudine. Sempre ci saranno anche situazioni di necessità materiale nelle quali è indispensabile un aiuto nella linea di un concreto amore per il prossimo.[20] Lo Stato che vuole provvedere a tutto, che assorbe tutto in sé, diventa in definitiva un’istanza burocratica che non può assicurare l’essenziale di cui l’uomo sofferente — ogni uomo — ha bisogno: l’amorevole dedizione personale. Non uno Stato che regoli e domini tutto è ciò che ci occorre, ma invece uno Stato che generosamente riconosca e sostenga, nella linea del principio di sussidiarietà, le iniziative che sorgono dalle diverse forze sociali e uniscono spontaneità e vicinanza agli uomini bisognosi di aiuto. La Chiesa è una di queste forze vive: in essa pulsa la dinamica dell’amore suscitato dallo Spirito di Cristo. Questo amore non offre agli uomini solamente un aiuto materiale, ma anche ristoro e cura dell’anima, un aiuto spesso più necessario del sostegno materiale. L’affermazione secondo la quale le strutture giuste renderebbero superflue le opere di carità di fatto nasconde una concezione materialistica dell’uomo: il pregiudizio secondo cui l’uomo vivrebbe « di solo pane » (Mt 4, 4; cfr Dt 8, 3) — convinzione che umilia l’uomo e disconosce proprio ciò che è più specificamente umano.

Due cose voglio sottolineare.

Per prima cosa condivido il concetto che lo Stato non possa e non deva rispondere a tutti i bisogni dell’uomo; un pò perchè non riuscirebbe a rispondergli un pò perchè credo che debba solo creare e garantire le condizioni affinchè sia l’uomo ad andare incontro e ad aiutare un altro uomo e non un’isituzione. Uno stato che rispondesse a tutte le mie “possibili” necessità, mi toglierebbe l’aria che respiro, mi toglierebbe la liberà di decidere cosa fare del mio destino, mi toglierebbe la soddisfazione di cercare “con le mie mani” la strada per la felicità.

La seconda è “rivoluzionaria” pur nella sua semplicità e quasi scontatezza: l’uomo ha bisogno di amore, ha bisogno di sentirsi amato, ha bisogno di amare; ha bisogno di occhi che lo guardino e di compagni che lo aiutano. Io non sono indigente (nemmeno ricco, ma questa è un’altra storia), ma in un certo senso sono “malato”, da solo non riesco ad essere felice, ho bisogno di qualcuno affianco che cerchi, come me, con me e insime a me la strada verso la felicità e il destino della propria vita.

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W le Primarie!!

Hanno fatto tanti discorsi, ci hanno detto che le primarie sono molto democratiche, che avvicinano la gente alla politica, che servono a scegliere i candidati, che il risultato è sempre aperto e vincerà chi più piace alla gente, poi uno si imbatte in questa notizia…
Meglio portarsi avanti. I ds, che hanno sempre risposto indignati alle critiche di chi, da Dario Fo in giù, li ha accusati di dare già per scontato il risultato delle primarie di domenica prossima, sono inciampati in un lapsus freudiano da manuale. Il volantino che annuncia un convegno organizzato dalla Consulta Nazionale Infanzia della Quercia, a Milano il 3 febbraio prossimo, anticipa: a conclusione dei lavori interverrà il «candidato sindaco Bruno Ferrante». Il volantino con l’indicazione del vincitore è già consultabile sul sito internet http://www.consultarodari.org. Il risultato delle primarie, invece, non è ancora noto, dal momento che la consultazione fra i quattro candidati si svolge domenica prossima. Ma i ds sono preveggenti…

(da Vivimilano.it)

e si chiede: non è che c’hanno preso tutti per il culo???

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Oggi è un giorno un pò così, il lavoro preme, il temp è poco, allora mi affido al copia/incolla. Leggere questo editoriale de Il Foglio, mi è proprio piaciuto e lo copio.

Benedetto XVI cerca di restaurare il significato di un oggetto smarrito
Il Papa ha scritto un’enciclica sull’amore e sulla carità, che ha presentato ieri con un discorso breve e apollineo, perfettamente proporzionato. Se ne trae conferma di un vecchio sospetto di questo giornale, che la chiesa cattolica sia l’ultima istituzione a conoscere e difendere l’eros “per la nostra esistenza e per il nostro tempo”. Contro l’eros stanno i preservativi, i facilismi coatti dell’amore “sciupato”, il divorzio, l’aborto, il disprezzo per la famiglia intesa come luogo della paternità e della maternità, l’artificialismo tecnoscientifico, e altri sciatti o frivoli ammennicoli della società dei diritti intesi come desiderio, pulsione, abitudine, modo d’uso e mero valore di scambio della corporalità, pochade. Diritti che ormai sono cultura del moderno, fanno inestricabilmente parte della nostra riduzione ironica allo stato laicale e secolare, ci imbragano nel nostro a volte anche felice e sapido naturalismo. Scopo, dunque sono. Da questa condizione di animali schiacciati sulla terra e disabituati a guardare il cielo, agnostici e scristianizzati, non ci tirerà fuori, posto che ne sentiamo il bisogno, il riferimento dolce, paterno, pastorale di un pontefice romano a Dante e Aristotele, alla continuità fra storia della ragione e emergenza della fede nell’incarnazione, alla sorellanza di eros e agape, di amor sacro e profano, alla fede in Dio e alla sequela di Cristo come criterio di vita, luce che avvalora e implica comunità e carità. Il Papa lo sa, e dice che teme egli stesso di ritirare fuori, per raccontarne di nuovo il senso primordiale, questa parola, amore, sciupata e abusata. Ma i più avvertiti e inquieti tra noi, cioè i moderni e postmoderni senza l’anello al naso, libertini non primitivi ancora capaci di domandarsi che cosa ci sia mai nella vita e oltre la vita, dovrebbero riflettere su questa madornale inversione delle parti. I cattolici discutono di peccato e santità, di energia e lucore dell’eros come cura dell’esistenza e rinvio a quell’altro di cui ogni uomo e donna hanno una suprema nostalgia; noi, emancipati dalla disciplina divina della fede in un Dio che ci ama, riduciamo il principio del piacere, in tutta la sua urgenza e legittimità, a dovere sociale diffuso, a modello di comportamento eguale e santificato dalla norma positiva, a psicologia della sessualità di fatto. I cattolici restaurano l’amore come possono, con le parole di una fede e di una cultura piuttosto robuste, noi facciamo l’amore. Come i coleotteri.
Da Il Foglio del 24/01/06

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Il futuro è un’ipotesi

Nessuno ha il coraggio e la forza di salvarla, nessuno ha il coraggio e la voglia di distruggerla. Un emblematico caso di accanimeto terapeutico effettuato con terapie sbagliate.

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Dubbi mattutini /2

In questa campagna elettorale, si parlerà mai concretamente di programmi, idee e prospettive future?

(Capisco la sinistra che deve ancora capire chi è e dove va… ma noi a che punto siamo?)

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Quale futuro per la CdL?

Le ultime uscite del Presidente della Camera, nonchè leader dell’UDC, Casini, mi portano a chiedermi se ci possa essere un futuro per la Casa delle Libertà.
Al modulo a tre punte, proposto dopo il passaggio al sistema proporzionale, ho sempre preferito quello ad una punta sola, diciamo, per rimanere in metafora, ad albero di natale. Ora non trovo che Berlusconi si stia comportando in maniera troppo dissimile dal passato (con sistema “maggioritario”). Certo ogni tanto le spara grosse e non politicamente corrette, ma lo ha sempre fatto e probabilmente parte del suo successo deriva dal suo modo assolutamente non ortodosso di fare in politica.
Fatto sta che a ogni parola di Berlusconi, Casini si smarca (vedi sulle Coop), corregge e pacatamente critica. Tutto è legittimo, ovviamente. Ma non mi dica che Berlusconi sta andando avanti come se non ci fossero gli alleati, perchè lui non fa diverso. E la colpa non è nel proporzionale, ma nel modo di intendere la competizione.
E’ chiaro che l’UDC voglia più visibilità e importanza e che per questo stia perseguendo una linea di moderatismo senza se e senza ma (essere moderati è poi un valore? Boh), ma i panni sarebbe opportuno lavarli in casa: non sei d’accordo, alzi il telefono e li dici a chi di dovere, non a mezzo stampa o televisione.
Temo una resa dei conti nella CdL, l’assenza del gioco di squadra e la dissoluzione di un progetto, per quanto imperfetto, di politica di destra (non dico liberale perchè sarebbe mentire al momento). Insomma un suicidio politico.

Alle elezioni non manca molto, il problema non è il sistema elettorale, ma il concetto di coalizione che i partiti hanno: ognuno per sè.

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Tutto mi nasce da questa notizia.
Il governo (finalmente) sottilinea (senza perà far nulla, ma come potrebbe?) che le azioni sono illegali. Da leggere la risposta di Marco Rizzo (Rifondazione Comunista): «In tutta la vicenda della contrattazione dei metalmeccanici di ingiustificato c’è solo il lavarsene le mani da parte del governo. I lavoratori stanno semplicemente cercando di fare sentire la propria voce, sinora inascoltata. Non c’è nessuna compiaciuta condivisione di ambienti politici rispetto a presunti fatti illegali. C’è invece profonda condanna rispetto ad una destra insensibile alle problematiche sociali». Capito? I blocchi sono colpa della destra insensibile (della serie piove governo ladro).
Ma in realtà non è della polemica politica che vorrei parlare. Tante cose le ha dette, meglio di come le potessi esprimere io, Fausto.
Quello che mi chiedo è: lo sciopero non dovrebbe essere uno strumento estremo (non di lotta) della contrattazione tra lavoratori e aziende? Ormai sembra un abitudine. Parlo anche dell’azienda in cui lavoro. Ogni piccolo problema si proclama lo stato di agitazione. Possibile che non sia mai possibile cercare di risolvere le cose in altro modo?
Io la vedo così. Il rapporto di lavoro è formalmente semplice: tu mi paghi per un lavoro, diciamo che io vendo lavoro e vendo pagato per questo. Lo scambio avviene (più o meno, non biasimatemi di economia ne so poco), quando il mio lavoro soddisfa l’azienda e lo stipendio (ciò che cambio col mio lavoro) soddisfa me. I Problemi nascono quando ci si sposta da questo punto di equilibrio. Io posso non essere soddisfatto del mio stipendio e l’azienda del mio lavoro. Il problema è che se io non sono soddisfatto del mio stipendio posso sempre cercare condizioni migliori (no?) cercando di venderlo a un altro, ma l’azienda (se sono a tempo indeterminato) non mi può licenziare!! Già qui c’è una disparità.
Passando poi dal singolo al collettivo, le cose si complicano. Perchè i lavoratori hanno un arma in più: lo sciopero. A me va anche bene: scioperando non vengo pagato e l’azienda “produce” meno. Tutto perfetto, lo scipero va avanti o finchè io non posso più scioperare perchè devo vivere o perchè l’azienda non può perdere produttività, di norma quando entrambi si va a più miti consigli. Il tutto non funziona e sapete perchè: perchè scioperano in pochi e le aziende di danni non ne subiscono molti. Allora si bloccano le strade, perchè bastano 100 lavoratori su 10000 per fare macello, ma qui si esce dalla dinamica della contrattazione e di va nell’illegalità. Perchè lo si tollera tranquillamente???
Qui non si tratta di diritto allo sciopero, ma di un 10% di lavoratori che per ottenere quello che vuole crea danni e disagi a tutta la collettività per farsi sentire. E non mi si dica che hanno ragione e che sono esasperati!!! Se io fossi esasperato non bloccherei le ferrovie, cambierei lavoro.

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