E’ curioso lavorare, seppure in maniera marginale, per una oil company. La sensazione quando si parla con estranei che, in qualche modo, vengono a saperlo è che ti guardino come se tu fossi un complice di chissà quale male assoluto: uno sfruttatore dei paesi in via di sviluppo e uno dei più alti responsabili dell’inquinamento del pianeta. Il paradosso è che in fin dei conti tutti usano il gas e tutti fanno benzina senza porsi, giustamente, troppi scrupoli sull’opportunità o meno di farlo.
Ora, il mio lavoro si svolge per la maggior parte del tempo in ufficio. Nell’ultimo mese ho avuto la fortuna, nel mio campo lo è, di “poter” fare un paio di sopralluoghi: uno in Italia (in Adriatico, dove c’è un discreto numero di campi metaniferi) e uno in uno degli stati sfruttati dalle oil company: la Repubblica del Congo.
Il Congo è ai confini del petrolio. E’ un paese sostanzialmente tranquillo dal punto di vista della sicurezza, nulla a che vedere con la Nigeria. Si chiama Repubblica, ma di fatto è governato da un dittatore, di ispirazione socialista. Come mi hanno detto tutti è un paese ricco. Sì, ricco perchè possiede una buona quantitità di risorse petrolifere.
Io non ero mai stato in africa e devo confessarvi che non avevo bene idea di cosa aspettarmi, ma vi posso assicurare che la realtà supera ogni immaginazione. Chiariamo subito che non ho visto bambini con la pancia gonfia, ricoperti di mosche morire di fame per le strade, ho visto, però, uno stile di vita assolutamente antitetico al mio.
Il primo approccio è stato l’aeroporto internazionale (dove alla parola internazionale, ogni volta che lo dico, non riesco a non ridere) di Brazzaville, la capitale. E’ una casettina bianca, piccola. L’aeroporto non ha una zona arrivi ben definita, è permeato da un puzzo difficilmente definibile, per i voli interni non ha alcun tipo di controllo di sicurezza. Peggio ancora l’aeroporto di Pointe Noire, la capitale economica del paese. E’ una casupola, senza pareti, con solo un tetto. Al suo fianco c’è una bella palazzina nuova con tanto di finger. E’ la nuova aerostazione. E’ finita da due anni. Da due anni aspetta. Quindi tutti in questa capanna, ennesimo controllo passaporti con la speranza di spillarti dei soldi e poi il mitico ritiro bagagli, in cui se non ti affidi ad un locale puoi salutare il tuo bagaglio, posato per terra al di là di un muretto perchè non riuscirai mai a ritirarlo.
La sera, dopo 12 ore di viaggio, ero troppo rintontito dal caldo e dalla stanchezza per guardarmi intorno, ma al risveglio, mi si è parata daventi la città con tutti i suoi contrasti. Da un lato i locali per gli espatriati, modo politicamente corretto per dire i bianchi, dall’altro il resto. Da una parte un minimo di ordine e pulizia, dall’altro quello che capita.
I locali, altro modo politicamente corretto per dire i neri, lavorano in parte per le oil company in parte per tutti ciò che gli gira intorno. Prima impressione: tutti ricchi o poveri che siano hanno un cellulare. Seconda impressione: tutti ricchi o poveri hanno ritmi lenti. Curiosamente, passando per alcuni uffici, mi imbatto in un locale: lavora per il mio cliente, è vestito bene. E’ seduto davanti ad un computer, acceso. Stnado nella stessa stanza lo osservo a distanza di ore. E’ sempre lì, a fissare il desktop vuoto. Solo su invito un paio di volte apre una finestra per stampare qualcosa. Penso che in fondo di gente così ce n’è anche in Italia, ma i racconti di alcuni italianai, mi dicono che, a parte una minoranza i ritmi sono quelli: lenti.
In effetti girando per la città lo si nota. Qui c’è il respiro dell’attesa. Tutti aspettano. Alla stazione un treno che non si sa se e quando passi, ma sono tranquilli parlano con il loro tono sempre altissimo. Sulla spiagga un gruppo di ragazzi cammina su e giù lentamente, al ritmo del mare, della sua onda lunga. Tutto mi appare pallido. Anche il cielo non è mai azzurro, sempre velato, ma mai troppo grigio… forse anche lui aspetta qualcosa. Ed io con la mia frenesia rimpiango Milano.
Qualche giorno in piattaforma e poi a casa, dop un check-in durato 3 ore ed un imbarco durato altre tre, perchè qui non c’è fretta, c’è attesa.
L’unica cosa che non si attende è il petrolio che sgorga copioso dalla terra ad arricchire pochi. Per la strategia Mattei Eni Congi arricchisce anche il Congo, soprattuto il Congo. La domanda retorica è dove finiscano quei soldi…. perchè in giro non c’è miseria, ma nemmeno ordine, non un briciolo di cambiamenteo, non una scuola che non sia straniera, non un impresa che non sia straniera. E tutti attendono pazientemente il loro turno, come ad ondate successive di mare…. il loro turno per cosa non l’ho capito, ma sono felice di tornare a casa.



E noi siamo contentissimi di riaverti fra di noi, soprattutto perché così possiamo AUGURARTI UN SANTO NATALE!!! (a te e famiglia)
Ciao Stefano e AUGURI!!